La capacità delle sostanze organiche di subire un processo di degradazione inerente la propria struttura molecolare è conosciuta con il nome di biodegradabilità.

Nella biodegradazione o degradazione biologica i microrganismi agiscono sulle sostanze organiche, le quali vengono “de-composte” in elementi essenziali e quindi completamente reinserite nel ciclo vitale della natura.

L’azione demolitiva operata dai microrganismi su sostanze organiche dà come risultato la formazione di composti stabili (come l’anidride carbonica e l’acqua) e non inquinanti. Il processo è pertanto fondamentale perché, tramite la scissione del materiale organico in composti inorganici semplici, permette il riutilizzo delle risorse naturali e, inoltre, consente di mantenere gli equilibri ecologici del pianeta.

La degradazione è un processo a cui sono sottoposte tutte le sostanze, anche se i tempi variano in base alla persistenza della materia o della sostanza specifica, tuttavia, solo con il processo della biodegradazione la natura recupera il materiale organico derivante da organismi animali e vegetali morti.

Il ciclo di vita del prodotto o Product Life Cycle(PLC) presenta delle fasi evolutive: introduzione, crescita, maturità e declino. In ciascuna delle fasi possono essere individuati gli andamenti delle vendite e dei profitti riferiti ad un determinato arco temporale.

La gestione del ciclo di vita del prodotto, noto come Product Lifecycle Management (PLM), è un approccio strategico che segue il prodotto in tutte le fasi della sua evoluzione. Dall’ideazione al suo sviluppo, dal lancio sul mercato fino al ritiro, il prodotto percorre il proprio ciclo e sono necessarie molteplici strategie (rivalutate nel tempo e all’occorrenza modificate) per gestire le informazioni e i processi.

La gestione del ciclo di vita di un prodotto richiede un intervento integrato, basato sull’uso di tecnologie e di metodi organizzativi del lavoro e sulla definizione dei processi. L’obiettivo è quello di ottimizzare i tempi e i costi, senza perdere in qualità, nelle diverse fasi.

Un aspetto essenziale nella gestione del PLM è che il sistema produttivo si possa avvalere di una fonte di informazioni comune dalla quale poter attingere i dati necessari. E se il PLM è stato inizialmente sviluppato negli ambiti delle industrie manifatturiere, si prevede che ci possa essere uno sviluppo in molteplici settori (energetico, alimentare, farmaceutico, delle telecomunicazioni, della distribuzione e degli imballaggi).

La bioplastica è un prodotto che deriva da materie prime rinnovabili oppure è biodegradabile (o ha entrambe le proprietà), infine è riciclabile.

In termini di prestazioni la bioplastica è simile alla plastica tradizionale, ma ha il vantaggio di assicurare una completa compostabilità dopo l’uso.

La bioplastica si smaltisce in impianti di compostaggio in un tempo variabile che non supera i novanta giorni (in accordo con la normativa europea UNI EN 13432), a fronte degli anni necessari per lo smaltimento delle materie plastiche tradizionali.

Il materiale bioplastico è un’alternativa ottimale dal punto di vista ambientale perché si comporta come i prodotti alimentari freschi o trasformati che contiene e successivamente può essere smaltito tramite il riciclaggio organico, producendo energia mediante digestione anaerobica e compost.

Le bioplastiche attualmente sul mercato sono composte principalmente da amidi (di mais, patata, cassava) e oli vegetali. Un tipo di bioplastica brevettato e commercializzato da Novamont prende il nome commerciale di Mater-Bi.

La compostabilità è l’attitudine di un materiale organico a trasformarsi in compost con adeguate caratteristiche qualitative, mediante il processo del compostaggio.

Nel processo di compostaggio, attraverso la biodegradazione aerobica (in ambiente ricco di ossigeno), il materiale organico viene ridotto in elementi essenziali che andranno poi a comporre il compost. Quest’ultimo si presenta come terriccio e, per la sua ricchezza di sostanze organiche, è utilizzato come fertilizzante.

Nel recupero delle sostanze organiche derivanti da rifiuti, si utilizzano differenti tecniche di compostaggio, ma essenzialmente si basano sul principio di biodegradabilità della materia di origine.

Il compostaggio è un sistema di smaltimento di rifiuti organici basato sulla trasformazione per via fermentativa di parte dei rifiuti stessi. Il processo di compostaggio porta alla loro disintegrazione e alla trasformazione in una miscela simile a terriccio bruno e soffice. Il prodotto finale, noto come compost (o terricciato), è un fertilizzante naturale spesso utilizzato su prati o campi agricoli prima dell’aratura per migliorare la struttura del suolo e la biodisponibilità di elementi nutritivi.

La qualità del compost dipende dalla selezione dei materiali da usare nel processo: sono utilizzabili, ad esempio, i rifiuti azotati (scarti vegetali, residui di giardinaggio, rifiuti domestici di origine vegetali), i rifiuti carboniosi (residui di potatura e foglie secche), le lettiere di animali erbivori, la carta, il cartone, e i tessuti naturali quali lana e cotone.

L’uso del compost come fertilizzante è alla base di numerose tecniche agronomiche sostenibili, a partire dall’agricoltura biologica e biodinamica, e rappresenta un ausilio prezioso per la riattribuzione di sostanza organica al suolo. È inoltre un attivatore biologico che incrementa la biodiversità della microflora dei terreni.

Il compostaggio aerobico è l’insieme dei processi che conducono alla degradazione della frazione organica dei rifiuti, grazie all’azione di una serie di microrganismi che operano in ambienti ricchi di ossigeno e che portano alla produzione di una famiglia di composti noti come humus (acidi umici e fulvici).

Nel processo aerobico dei rifiuti, favorito da una previa triturazione, si distinguono tre fasi:

  • nella prima, nota come fase mesofila o di latenza, si osserva la crescita dei batteri che avviano la degradazione di carboidrati, lipidi e proteine, e che producono anidride carbonica e acqua, oltre a provocare un rapido aumento della temperatura;
  • nella seconda fase di crescita, detta termofila o di stabilizzazione, si ha un aumento della temperatura della massa che va a superare i 50 gradi; in tale ambiente resistono solo i batteri termofili e vengono accellerati i fenomeni biossidativi, durante i quali viene rilasciata ammoniaca e sono eliminati gli agenti patogeni;
  • nella terza fase di raffreddamento o di maturazione si ha una fermentazione secondaria che favorisce la trasformazione della massa in humus: intervengono funghi e attinomiceti che iniziano la degradazione della cellulosa e della lignina, al contempo la temperatura e il pH si abbassano e l’attività microbica diminuisce.

La decomposizione biologica dei liquami organici di origine animale (noto anche come “digestione anaerobica”) ha la caratteristica di svolgersi in assenza di ossigeno.

I batteri, che sono presenti nei liquami, nei rifiuti solidi e in qualunque rifiuto di origine organica, si sviluppano e si moltiplicano, nutrendosi delle sostanze organiche presenti.

Di conseguenza, si riduce la massa dei rifiuti e viene prodotto il biogas, miscela formata principalmente da metano e anidride carbonica.

Nel processo anaerobico di distinguono varie fasi:

  • idrolisi: carboidrati, proteine e lipidi presenti nella sostanza organica vengono spezzati in sostanze più semplici (acidi grassi, monosaccaridi, amminoacidi, alcoli) grazie all’azione di batteri idrolitici e fermentativi;
  • acidogenesi:i batteri acidogeni usano tali prodotti trasformandoli in molecole ancora più semplici, come acidi grassi volatili con produzione di ammoniaca, anidride carbonica, acido solfidrico;
  • acetogenesi: le molecole semplici prodotte vengono poi ulteriormente digerite producendo biossido di carbonio, idrogeno e acido acetico.

Infine, questi ultimi prodotti vengono aggrediti da batteri metanigeni e idrogenotrofi e trasformati in metano, anidride carbonica e acqua. Nel compostaggio anaerobico si producono sostanze altamente tossiche e maleodoranti quali l’idrogeno solforato, l’ammoniaca, la fosfina.

Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) sono associazioni di cittadini, imprese, enti pubblici o privati che si uniscono per produrre, consumare e condividere energia rinnovabile. Questi modelli innovativi di gestione energetica puntano a promuovere l’autoconsumo collettivo, favorendo la sostenibilità ambientale, economica e sociale.

Una CER si basa sull’energia prodotta da fonti rinnovabili, come pannelli fotovoltaici, impianti eolici o biomasse, e mira a distribuire i benefici tra i membri della comunità. Questo sistema consente di ridurre le emissioni di CO₂, abbattere i costi energetici e promuovere la partecipazione attiva dei cittadini alla transizione energetica.

Oltre agli aspetti ambientali, le CER hanno una forte valenza sociale: una parte dei risparmi economici può essere destinata a iniziative solidali o a supporto delle fasce più vulnerabili. Attraverso questa sinergia tra innovazione tecnologica e impegno comunitario, le CER rappresentano un modello virtuoso di energia condivisa e sostenibile.

Le Comunità Energetiche Rinnovabili Solidali (CERS) rappresentano un’evoluzione delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), arricchendole di una dimensione sociale e solidale. Oltre a produrre, consumare e condividere energia da fonti rinnovabili, le CERS destinano parte dei benefici economici generati a supporto delle fasce più vulnerabili della comunità e a progetti socialmente rilevanti.

Le CERS sono un esempio concreto di ecologia integrale, coniugando sostenibilità ambientale, economica e sociale. Attraverso la creazione di un modello di gestione energetica che riduce le emissioni di CO₂ e promuove l’autosufficienza energetica, le CERS contribuiscono anche a rafforzare la coesione sociale.

Questo approccio solidale consente di utilizzare i risparmi energetici per finanziare iniziative come il sostegno economico alle famiglie in difficoltà, la promozione di attività culturali o lo sviluppo di infrastrutture di pubblica utilità, rendendo l’energia non solo un bene condiviso, ma anche uno strumento per generare valore comunitario.

L’ecologia integrale è un concetto che pone al centro l’interconnessione tra dimensioni ambientali, sociali, economiche e culturali, promuovendo una visione globale e interdipendente del mondo. Questo approccio, introdotto da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, sottolinea che non è possibile affrontare le crisi ambientali senza considerare i loro impatti sulle persone, specialmente le più vulnerabili, e viceversa.

L’ecologia integrale invita a considerare ogni scelta – economica, politica o personale – come parte di un sistema più ampio. Si basa sull’idea che la cura della “casa comune”, il nostro pianeta, non può prescindere dal rispetto per la dignità umana, dalla giustizia sociale e dalla protezione delle comunità locali.

Adottare un approccio di ecologia integrale significa impegnarsi per uno sviluppo sostenibile che miri al benessere collettivo, integrando pratiche che rispettino sia l’ambiente sia i valori etici e spirituali delle comunità.

In alternativa al sistema economico ormai noto come economia lineare, dalla seconda metà del Novecento, si è sviluppato un nuovo sistema basato sull’economia circolare.

ll sistema economico circolare ha l’intento di essere un sistema chiuso capace di autorigenerarsi. In tale prospettiva, acquista importanza l’uso di fonti rinnovabili e il riciclo dei prodotti.

Nell’economia circolare i prodotti fanno parte di un modello di mercato di servizi integrato in cui è un valore aggiunto la longevità del prodotto (dal suo riuso al suo essere riparabile e riciclabile). I criteri di acquisto sono determinati dalla responsabilità nella filiera di produzione e dalla sostenibilità, che spesso favorisce la prossimità (scelta di prodotti locali).

Nel sistema dell’economia circolare viene privilegiato il riciclo (secondo il concetto per cui “i rifiuti non esistono”), si combatte lo spreco, si tende a condividere i beni e i servizi (principio base della sharing economy) e si utilizzano fonti energetiche rinnovabili e sostenibili.

Nell’economia circolare il denaro, il mercato e tutto il sistema economico lineare sono messi in discussione e sottoposti a revisione, con la promozione di nuove modalità di relazione (l’uso della moneta complementare può essere un esempio).

Dal significato originario di economia (‘amministrazione della casa’) si è passati a intendere il termine all’interno di un sistema globale di pensiero in cui si distinguono in particolare l’economia lineare e l’economia circolare.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo le innovazioni tecnologiche favorite dal crescente sviluppo scientifico hanno incrementato la produttività e hanno favorito il progredire dell’economia lineare.

L’economia lineare si basa sulla produzione di prodotti (dotati di un certo valore) per ricavarne un profitto, che è il risultato della differenza tra costo di produzione e prezzo di mercato. L’obiettivo primario di ottenere maggiori profitti induce a innovare le tecnologie per avere un aumento della produzione, e, allo stesso tempo, porta a vendere i prodotti a costi i più bassi possibili.

L’economia lineare comprende flussi in entrata input, ovvero fattori produttivi (capitale, lavoro, terra, materie prime e fonti di energia) necessari per alimentare il processo produttivo, e flussi in uscita output (prodotti e servizi offerti sul mercato).

Un ruolo centrale nell’economia lineare è dato dal ruolo del mercato caratterizzato da una forte competitività e che detta le regole sia della produzione che della vendita. L’adeguamento della produzione alla domanda di mercato porta all’idea di una crescita infinita.

I prodotti dell’economia lineare divengono presto obsoleti (obsolescenza programmata) affinché ne sia incentivato l’acquisto di nuovi da parte dei consumatori, tant’è che risulta più conveniente comprare e quindi possedere un nuovo prodotto, spesso rispondente alle mode transitorie, piuttosto che ripararlo.

Il sistema economico lineare comporta una serie di conseguenze che non vengono prese in considerazione, come l’impatto ambientale e il limite delle risorse naturali a cui si attinge per la produzione.

Nella seconda metà del Novecento, l’emergere delle crisi energetiche e dei fenomeni di inquinamento su scala globale mette in crisi il sistema economico lineare e spinge la comunità scientifica a ripensare la relazione tra economia e ambiente. Entra in scena un nuovo sistema chiamato economia circolare.

Gli scarti alimentari o gli altri rifiuti organici facilmente biodegradabili costituiscono la frazione organica del rifiuto solido urbano, conosciuta tra gli addetti ai lavori come FORSU e tra i cittadini come rifiuto umido.

La frazione organica è dunque l’umido, derivato dai rifiuti prodotti dai cittadini e dalle realtà della ristorazione collettiva, e costituisce quasi il 30% della raccolta differenziata.

Attraverso il processo di degradazione si ottiene il compost, ma affinché si ottengano risultati soddisfacenti è essenziale raccogliere una frazione organica di ottima qualità e in quantità consistenti.

Nel processo di trasformazione la componente organica dei rifiuti solidi urbani viene igienizzata e stabilizzata tramite fasi di biossidazione, maturazione e raffinazione. Il risultato è una “frazione organica stabilizzata” che oltre a tutelare l’ambiente è un fertilizzante naturale.

L’Impronta Ecologica è un indicatore che misura la quantità di risorse naturali necessarie per sostenere uno specifico stile di vita, un’attività o una popolazione. Espressa in termini di ettari globali (gha), rappresenta la superficie biologicamente produttiva di terra e acqua necessaria per generare le risorse consumate e assorbire i rifiuti prodotti, in particolare le emissioni di anidride carbonica.

Questo strumento di analisi permette di confrontare il consumo umano di risorse naturali con la capacità del pianeta di rigenerarle, evidenziando se stiamo vivendo entro i limiti della sostenibilità ambientale. Quando l’Impronta Ecologica supera la biocapacità della Terra (ovvero la capacità degli ecosistemi di rigenerare risorse e assorbire rifiuti), si parla di overshoot ecologico, una condizione che porta al degrado degli ecosistemi e al depauperamento delle risorse naturali.

Calcolare l’Impronta Ecologica consente di:

  • Identificare aree di miglioramento, promuovendo stili di vita e modelli di produzione più sostenibili.
  • Monitorare il progresso verso la sostenibilità, sia a livello individuale che collettivo.
  • Sensibilizzare cittadini, governi e aziende sull’urgenza di ridurre l’impatto ambientale.

Ridurre l’Impronta Ecologica è una sfida globale che richiede cambiamenti sistemici, come la transizione verso un’economia circolare, l’adozione di energie rinnovabili e una gestione consapevole delle risorse.

Il Mater-Bi® è un’innovativa bioplastica brevettata e commercializzata da Novamont, i cui componenti essenziali sono amido di mais e oli vegetali.

Gli impieghi del Mater-Bi sono i più svariati e vanno dalle buste per la spesa ai sacchi per la raccolta dell’umido, dai teli per la pacciamatura agricola alle reti della frutta, fino a interessare stoviglie e utensili come piatti, bicchieri, coppette, posate, ecc.

Il Materbi-Bi è un materiale biodegradabile e compostabile – garantito da 7 certificazioni di enti di diverse nazioni (tra cui USA, Australia, Belgio, Germania e Italia) – che una volta arrivato alla fine del suo ciclo vitale, attraverso il riciclaggio organico dei rifiuti solidi organici (compostaggio e digestione anaerobica), torna alla natura sotto forma di compost.

Il Mater-Bi è un materiale sostenibile perché: utilizza una minima parte della produzione dell’amido di mais della zona UE (solo l’1% della produzione complessiva di amido di mais dell’Unione Europea è utilizzato per la produzione delle bioplastiche); utilizza una minima superficie di terra arabile del mondo (su 5 miliardi di ettari si stima che nel 2017 quella destinata alla produzione di bioplastiche è stata di 1,2 milioni di ettari, corrispondente a meno dello 0,02%); la quantità utilizzata d’acqua ha un’incidenza minima rispetto alle risorse idriche del pianeta (per la produzione di 1 kg di Mater-Bi in media occorrono 15-30 litri di acqua irrigua per ottenere le materie prime rinnovabili necessarie).

Il Mater-Bi è conforme alla normativa vigente ed è certificato: rispetta i requisiti essenziali della Direttiva Europea sull’imballaggio e i rifiuti da imballaggio (94/62/EC) e soddisfa i relativi standard europei armonizzati: EN 13430 (riciclaggio), EN 13431 (recupero energetico), EN 13432 (recupero organico).

Nel 2002 il Comitato europeo di normazione ha introdotto la norma EN 13432 con l’obiettivo di definire i requisiti per gli imballaggi recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione.

La norma EN 13432 è stata introdotta anche per colmare alcune lacune della precedente direttiva 94/62/CE, che poteva essere fraintesa riguardo ai termini “compostabile” e “biodegradabile”.

La norma di riferimento dell’Unione Europea, “Requisiti per imballaggi recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione” (EN 13432/2000), determina i criteri in base ai quali un materiale è definito compostabile:

1) biodegradabilità: determinata misurando l’effettiva conversione metabolica del materiale compostabile in anidride carbonica. Il livello di accettazione della degradazione è pari al 90% di conversione metabolica da raggiungere in meno di 6 mesi, in ambiente aerobico; tali valori vanno testati con il metodo standard EN 14046 (anche chiamato ISO 14855);

2) disintegrabilità: cioè la frammentazione e la perdita di visibilità nel compost finale (assenza di contaminazione visiva). Il materiale viene biodegradato insieme con rifiuti organici per 3 mesi e almeno il 90% della massa del materiale deve ridursi in frammenti con dimensioni inferiori a 2 mm (tali valori vanno testati con il metodo standard EN 14045);

3) assenza di effetti negativi sul processo di compostaggio: il requisito va verificato con una prova di compostaggio su scala pilota;

4) bassi livelli di metalli pesanti e assenza di effetti negativi sulla qualità del compost (quali la riduzione del valore agronomico e la presenza di effetti ecotossicologici sulla crescita delle piante). La concentrazione di alcuni metalli pesanti, pH, contenuto salino, solidi volatili, azoto, fosforo, magnesio e potassio deve essere registrata entro i limiti consentiti.

Un materiale è compostabile, quando soddisfa tutti i precedenti requisiti.

Un materiale biodegradabile potrebbe non essere compostabile: durante il ciclo di compostaggio può anche frantumarsi in pezzi microscopici, ma questi potrebbero non essere poi totalmente compostabili.

Per sapere se un sacchetto acquistato è biodegradabile e compostabile è necessario controllare la dicitura di conformità alla norma UNI EN 13432:2002 cercando sul sacchetto la frase: «Sacco biodegradabile e compostabile conforme alla norma UNI EN 13432:2002. Sacco utilizzabile per la raccolta dei rifiuti organici» che di solito viene riportata lateralmente o nella zona frontale. Inoltre, devono essere presenti sul sacchetto i marchi che attestano la certificazione della biodegradabilità e della compostabilità.

La raccolta differenziata, in antitesi alla raccolta indifferenziata, è un sistema di gestione dei rifiuti urbani (prodotti dai singoli cittadini e dalle attività produttive) che prevede una previa selezione in base al tipo di rifiuto, in modo da diversificarne il trattamento.

Il fine della raccolta differenziata è di destinare ciascuna tipologia di rifiuto verso il trattamento più adatto allo smaltimento o al recupero: lo stoccaggio in discarica (incenerimento o termovalorizzazione) per il residuo indifferenziato, il compostaggio per l’organico e il riciclo per il differenziato propriamente detto (carta, vetro, alluminio, acciaio, plastica).

La raccolta differenziata è un importante strumento per il miglioramento della qualità ambientale dei territori e una fonte di risparmio economico, non sempre valorizzata: si quantifica che a livello europeo siano 875mila i posti di lavoro creati nella filiera del riciclo dei materiali. In Italia, solo considerando il riciclo delle bottiglie in PET si sono ricavati benefici netti per 1,2 miliardi di euro.

La fotografia della raccolta differenziata in Italia mostra un Paese diviso in due: sette regioni hanno già superato l’obiettivo del 50% di riciclo previsto dalla Ue per il 2020 (Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli, Marche e Sardegna) e altre tre sono vicine al traguardo (Emilia Romagna, Valle D’Aosta e Umbria). Molto indietro invece Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia, dove la raccolta nel 2014 era ancora inferiore al 25%.

Secondo il “Settimo Rapporto della Raccolta differenziata e del riciclo” del 16 feb 2018 si continua ad avere un Paese ancora diviso in due, in cui il Nord corre e il Sud arranca.

Il concetto di Rifiuti Zero rappresenta una visione innovativa per la gestione dei rifiuti, basata su un sistema circolare che mira a ridurre al minimo la produzione di scarti e a massimizzare il riutilizzo, il riciclo e il recupero delle risorse. Non si tratta semplicemente di una strategia per smaltire i rifiuti, ma di un approccio culturale ed economico che punta a ripensare i processi produttivi e i modelli di consumo.

L’obiettivo finale è quello di eliminare progressivamente i rifiuti destinati alla discarica o all’incenerimento, favorendo invece:

  • Riduzione alla fonte, attraverso la progettazione di prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili.
  • Riutilizzo, promuovendo sistemi di economia circolare che estendano il ciclo di vita dei prodotti.
  • Riciclo efficiente, con una separazione accurata dei materiali e il loro reinserimento nei processi produttivi.

Il modello Rifiuti Zero è sostenuto da un approccio integrale che coinvolge cittadini, aziende e amministrazioni pubbliche. Questa visione non solo contribuisce alla tutela dell’ambiente, riducendo l’impatto dell’inquinamento e delle emissioni di gas serra, ma promuove anche una transizione verso uno sviluppo sostenibile, etico e socialmente inclusivo.

La sostenibilità, nelle scienze ambientali ed economiche, è la condizione di sviluppo capace di soddisfare i bisogni della generazione presente e di tutelare le esigenze delle generazioni future.

Il processo di sostenibilità è caratterizzato dal mantenimento costante e indefinito di uno stato e ha come principio guida lo sviluppo sostenibile, che riguarda l’integrazione dell’ambito ambientale con quello economico e sociale.

In altre parole, affinché si possa ottenere una sostenibilità ambientale economica e sociale è necessario che differenti piani – come lo sfruttamento delle risorse, il piano degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e le modifiche istituzionali – si integrino e siano tra loro in armonia.

I tre aspetti (ambientale, economico e sociale) sono dunque considerati in rapporto sinergico e la loro combinazione viene valutata per definire una nuova modalità di progresso e di benessere.

Lo sviluppo sostenibile è da intendersi come uno sviluppo in grado di assicurare «il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri» (“Commissione Bruntland” del 1987 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente).

La Conferenza di Rio su ambiente e sviluppo (1992) ha consolidato il principio dello sviluppo sostenibile sostenendo che l’ambiente ha una dimensione essenziale nello sviluppo economico e le risorse naturali devono essere utilizzate nell’ottica della responsabilità intergenerazionale.

Le successive conferenze mondiali delle Nazioni Unite (in particolare la Conferenza di Johannesburg del 2002) hanno confermato il principio dello sviluppo sostenibile basato su tre fattori: tutela dell’ambiente, crescita economica e sviluppo sociale.

Lo sviluppo sostenibile si è consolidato quale principio di diritto internazionale, ha contribuito all’evoluzione del diritto internazionale ambientale; nell’ambito dell’Unione Europea è posto a fondamento delle azioni e delle politiche dell’Unione in materia ambientale.

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